Tradizioni

IL BANDITORE (a cura di Pasquale Minichiello)
La diffusa scolarizzazione con conseguente scomparsa dell'analfabetismo e, sopratutto, l'avvento dei mezzi di comunicazione moderna, ha causato la scomparsa, ormai da decenni, di una delle figure più caratteristiche e popolari della tradizione: il banditore. Come nella maggior parte delle piccole comunità, fin dall'epoca medievale, esisteva anche a Rionero, la figura del banditore che rendeva pubbliche le ordinanze delle Autorità cittadine. Con il passare del tempo, questa figura si rese indispensabile, anche per pubblicizzare vendite ed eventi di vario genere, anche di natura privata. Il banditore passava per le vie del paese annunciandosi con uno squillo di tromba, al quale faceva seguito "r’ buann " (il bando), gridato ad alta voce. La diffusione delle notizie a mezzo del banditore era veloce e capillare. Egli “gettava” il bando dai posti in cui poteva essere ascoltato dal maggior numero di persone, nelle ore in cui era assai probabile la loro presenza in casa e cioè a mezzogiorno o all’imbrunire. Coloro che non riuscivano a sentire bene o a non capire gli avvisi uscivano di casa e chiedevano informazioni ai vicini. In tal modo, per una sorta di tam-tam, in pochissimo tempo la maggioranza era informata. Il linguaggio usato era strettamente dialettale e le espressioni erano spesso accompagnate o precedute da frasi scherzose o battute di spirito.
Anche i venditori ambulanti usufruivano di questo servizio: in questi casi il banditore girava il paese promuovendo la merce. Spesso, nella circostanza il rivenditore retribuiva il banditore in natura (frutta, verdura, ed altri generi che aveva pubblicizzato)
Generalmente, l'incarico di banditore pubblico, veniva conferito ad un salariato del Comune occupato nei vari servizi dell'epoca (spazzino, operaio generico, guardiano del cimitero, guardia boschi). La sua divisa era composta da un berretto, in genere di colore blu, con relativi pantaloni e giacca anch’essi di colorazione scura.
A Rionero, nei mesi estivi, si effettuava l’asta pubblica per la vendita del fieno comunale, dove il banditore fungeva da giudice. Molte erano le persone che cercavano di aggiudicarsi tale ricchezza (come veniva considerata qualche decennio fa); basti pensare che era vietato il pascolo degli animali nei terreni di proprietà del comune (“chiena tonna”, “masseria della volpe”, “fonte dello zingaro”, “vicenne”).
Di seguito riportiamo l’elenco degli ultimi banditori (dagli anni venti fino agli anni settanta) e le relative mansioni che svolgevano presso il comune del nostro paese.
• Serafino di Vincenzo (“P’t’car”) spazzino;
• Panfilo di Franco (“Pampan”) guardiano del cimitero:
• Adolfo di Franco (“Mast’adolf”) guardia boschi;
• Federico Rossi (“Cucuccigl”) guardia comunale;
• Sandrino di Franco (“Sarac”) guardiano del cimitero, spazzino
IL MATRIMONIO (a cura di Pasquale Minichiello)
Rare e non facili erano in passato le occasioni di incontro tra giovani, sia per il rigoroso e accentuato distacco fra uomini e donne, sia per il lavoro assiduo e la vita molto più isolata, che concedevano pochissime possibilità di rapporti. I luoghi e i momenti in cui i giovani potevano in qualche modo ritrovarsi erano soprattutto la chiesa, dove si andava per la messa e per le altre funzioni religiose.
L’unione tra un ragazzo ed una ragazza era spesso vincolato da motivazioni ben diverse dall’amore; infatti i genitori costringevano spesso i propri figli a fidanzarsi e a sposarsi per interessi economici o sociali. Le ragazze promesse in matrimonio non potevano assolutamente opporsi alla volontà familiare ed erano quindi costrette a sposare l’uomo non amato.
Intorno agli anni 50’, il matrimonio a Rionero avveniva in questo modo:
I fidanzati, o i genitori dei due innamorati, si recavano nelle case dei parenti più stretti per invitarli alle nozze. Le “prime promesse”, effettuate in municipio al cospetto del sindaco e di funzionari addetti, erano il primo passo verso il matrimonio. Usciti dal comune si faceva una prima festa a casa della sposa. Nel frattempo, si pensava alla preparazione del matrimonio. I vestiti venivano arrangiati: gli sposi che avevano una disponibilità economica, potevano comprare della stoffa in modo da farsi fare vestiti su misura, recandosi a una delle numerose sarte presenti prima nel borgo. Tutti gli anziani interpellati ci hanno rivelato che il vestito usato per il matrimonio, veniva conservato e riusato il giorno della propria morte. Mentre, i meno abbienti, si facevano prestare gli abiti. Il giorno prima delle nozze, le donne della famiglia della sposa, effettuavano “la dodda”: portavano la biancheria, il corredo a casa degli sposi dove preparavano anche il letto matrimoniale. Spesso lo abbellivano con coperte ricamate, fiori (dipendeva dal periodo), coriandoli. A questo punto, la famiglia dello sposo, offriva una piccola “merenda” a base di prosciutto, salsiccia, formaggi, tutti cibi della cultura contadina. Le coppie più fortunate potevano usufruire di un tetto proprio (in questo caso lo sposo doveva provvedere ad arredare il mini appartamento costituito da una cucina e una camera, condivisa la maggior parte delle volte con gli animali da cortile); spesso succedeva che la coppia doveva andare ad abitare con la famiglia dello sposo. Qui la sposa subiva quotidianamente umiliazioni, rimproveri, soprattutto da parte del suocero.
Giunto finalmente il giorno del matrimonio, si partiva in corteo da casa dello sposo, il quale veniva accompagnata dalla madre o da una sorella, per recarsi a casa della sposa. Insieme ci si avviava verso la Chiesa. La sposa era sotto braccio al padre o ad un fratello. Arrivati al Tempio (solo nella chiesa di San Bartolomeo Apostolo venivano celebrate queste funzioni; di conseguenza anche dalle masserie dovevano fare il corteo per giungere in piazza a Rionero), la suocera offriva un mazzo di fiori alla sposa, la quale si recava sull’altare sempre accompagnata dal padre. Dietro di loro giungeva il futuro marito seguito dalla madre. La messa, rigorosamente in latino, veniva celebrata dal prete che, a differenza di oggi, porgeva al popolo e agli sposi le spalle, quindi era rivolto verso l’altare. Terminata la funzione, gli sposi all’uscita della chiesa, trovavano i bambini che, reggendo un fazzoletto da un lato all’altro della strada,non permetteva loro il passaggio. Lo sposo doveva offrire ai ragazzini che tenevano questa pezzuola dei confetti: solo così potevano proseguire il loro cammino. Tale usanza, definita “lambara”, veniva ripetuta fino a casa dei coniugi. Qui trovavano la parte esterna dell’abitazione addobbata con coperte pregiate, ricamate a mano, sulle quali venivano attaccate delle bambole in segno di prosperità e felicità (“r’ trionf”).
Il pranzo nuziale, con gli sposi a capotavola, si svolgeva presso la casa paterna dello sposo dove venivano cucinati gli spaghetti conditi con il sugo di agnello ammazzato per l’occasione. Si beveva acqua della fonte e vino acquistato nei paesi limitrofi, dove le coltivazioni di vigneti erano abbondanti.. Non esistevano bomboniere. Finito il pranzo gli sposi offrivano cinque confetti e alcuni biscotti fatti in casa agli invitati, i quali, ricambiavano regalando loro stoffe, tovaglie, sedie, stoviglie, e in alcuni casi anche soldi. Finito anche il pranzo gli sposi aprivano le danze a ritmo di organetti e stornelli improvvisati dagli invitati stessi. I festeggiamenti duravano fino a tarda sera.
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